L’F-35, la panacea di tutti i nostri mali

Forse nessun aereo militare nel passato è stato così conosciuto dalla gente non esperta di aviazione come l’F-35.

Politici, giornalisti ed economisti si sono gettati sul caso F-35 non credendo ai loro occhi, la panacea di tutti i mali era lì, sotto gli occhi di tutti e nessuno se era accorto prima: come  risolvere il problema della pressione fiscale, delle pensioni, del welfare in un colpo solo? Semplice, annullare il programma F-35 che costerebbe all’Italia 15 mld di euro ed investire i soldi risparmiati in altri settori.

Peccato che tra i suddetti illustri signori nessuno pare sapere (o voler sapere) che le cose non stanno proprio così e che la verità è ben lontana da quanto dicono nei loro comizi o da quanto scrivono sui loro giornali.

Cerchiamo di inquadrare meglio il tema, lasciano poi libero ognuno di farsi l’idea che preferisce.

L’F-35 è un caccia multiruolo di nuova generazione destinato, per quanto riguarda l’Italia, a sostituire 3 modelli attualmente in linea presso l’Aeronautica e la Marina: il Tornado (in tutte le versioni), l’AMX e l’Harrier. Tutti modelli che attualmente vengono principalmente utilizzati per l’attacco al suolo (anche se l’Harrier ha anche una capacità di protezione della flotta) e che sono stati sempre in prima linea nelle guerre (ops, si potrà utilizzare questo termine?) che l’Italia ha combattuto negli ultimi anni (Golfo, ex-Jugoslavia, Afghanistan, Libia).

Aerei in uso da tantissimi anni e che oggi devono essere sostituiti (sia per garantire un’operatività adeguata, che per garantire la sicurezza dei piloti che per motivi economici, visto che la manutenzione su aerei vecchi costa sempre di più).

Ad oggi l’Aeronautica ha in linea una novantina di Tornado e circa una sessantina di AMX, la Marina impiega 14 Harrier, in totale dunque gli aerei da sostituire sarebbero all’incirca 180.

La peculiarità dell’F-35, al di là delle sue caratteristiche tecniche, risiedono anche nel progetto che è alla base del nuovo caccia. Un progetto in larga parte internazionale (anche se gli USA detengono in maniera esclusiva un certo know-how) che vede partecipare alla costruzione del velivolo diverse industrie sparse in alcuni paesi partner. Tra questi paesi c’è l’Italia.

L’Italia però all’interno del progetto dell’F-35 gioca un ruolo più importante rispetto a quello di altri Stati perché è riuscita ad ottenere che sul suo territorio nazionale abbia sede il sito produttivo dove verranno fisicamente costruiti  i velivoli (non solo per sé ma anche per altri Paesi) e, cosa parimenti importante in un’ottica a lungo respiro, dove verranno manutenuti. Questo impianto, già costruito, ha sede all’interno della base di Cameri, vicino a Novara, ed è gestita da Alenia, industria del gruppo Finmeccanica (gruppo, è il caso di ricordarlo, in mano allo Stato).

Si stima (anche se le stime vanno sempre prese con le pinze) che la produzione del nuovo caccia produca in Italia, tra lavoratori diretti e indotto, almeno 2.500 nuovi posti di lavoro altamente specializzati (coinvolgendo un totale di 12.000 lavoratori).

Il costo del’intero progetto sarebbe intorno ai 15 mld di euro.

Fin qui i dati incontrovertibili.

In questo post non voglio sostenere la necessità del progetto, ma voglio dimostrare come le discussione che sono sorte intorno ad esso siano capziose e come molto spesso chi parla di F-35 lo fa tralasciando gli aspetti della vicenda o per non conoscenza (in buonafede) o per interesse (in malafede).

Prima di addentrarsi nella vicenda è bene premettere due cose:

1)      Ogni nuovo velivolo che nasce va sempre in contro a problemi di giovinezza, a maggior ragione se è un progetto innovativo. Questo accade alle auto, ai pc, agli smartphone e quindi accade ovviamente anche agli aerei che sono “cose con le ali” leggermente più complesse di tutte le altre messe insieme;

2)      Il costo unitario di un velivolo dipende anche dal numero di velivoli che vengono prodotti e più ne vengono prodotti più il prezzo unitario scende perché ovviamente ci sono alcuni investimenti che devono essere fatti (pensiamo alla catena di montaggio) e che hanno un costo che prescinde dal numero di pezzi che produrrà. Più la produzione sarà elevata e più tali costi fissi saranno spalmati sull’intera produzione (la famosa economia di scala).

Detto ciò forse bisogna anche rispondere, a chi dice che ripudiando la guerra l’Italia non ha bisogno di nuovi caccia, che la guerra fredda ha dimostrato esattamente il contrario, ovvero che solo grazie ad una forte componente dissuasiva si possono evitare nuovi conflitti. Ricordiamo infine che l’Italia ha, al giorno d’oggi, migliaia di uomini e mezzi in giro per il mondo che, ebbene sì, sono impiegati anche in territori dove ogni giorno si combatte.

In ogni caso al di là delle motivazioni di principio l’intero programma è stato criticato per due ragioni, da una parte perché costa troppo e dall’altra perché l’F-35 sarebbe un bidone.

Quest’ultima affermazione fa riferimento ai numerosi problemi che l’F-35 ha dovuto affrontare, problemi di giovinezza che in nessun modo possono minare la bontà del progetto che appare innovativo sia in termini di tecnologie utilizzate che di concezione (per un caso analogo vedere i problemi al nuovo Boeing 787). Ovviamente questo può essere criticato, ma per farlo bisognerebbe portare a sostegno della propria tesi elementi tecnici e non solo ideologici.

Chi si oppone al programma però lo fa adducendo il costo dello stesso che con la crisi economica attuale sarebbe insostenibile e che sottrae risorse a settori che ne avrebbero maggiore necessità (lavoro, taglio tasse, welfare).

A seguito di queste pesanti critiche si è ridotto il numero di F-35 ordinati dall’Italia, che è sceso da 130 iniziali a 90 (delle due versioni a decollo convenzionale e a decollo corto). Ricordiamo che i velivoli da sostituire sono 180 ma una riduzione rispetto a quelli attuali ci può anche stare, anche se il numero totale non può scendere troppo rischiando se no di compromettere le reale capacità delle forze armate che lo impiegano.

Ovviamente la riduzione del numero dei velivoli inciderà non in maniera proporzionale sul risparmio che si avrà, per via dei costi “fissi” di produzione che non potranno essere spalmati su più velivoli (facendo dunque costare di più ogni singolo F-35 prodotto).

Quello che però più di ogni altra cosa fa presa sulla percezione della gente (e che dunque viene sfruttato dai politici specie in campagna elettorale) e il costo dell’intero progetto, 15 mld di euro.

I nostri politici si dimenticano però almeno due cose:

1)      I 15mld sono il costo totale del progetto, che durerà circa 40 anni e dunque vanno suddivisi nell’arco temporale di 4 decenni. Il progetto costerà quindi circa 375 mln di euro all’anno (in media). Questi soldi sono prelevati dal bilancio della difesa e quindi se non spesi non possono essere redistribuiti in altri comparti di spesa. Inoltre essendo il bilancio su base triennale finora sono stati previsti circa 1mld di euro a copertura del programma, gli altri saranno trovati nei prossimi budget e quindi, in nessun caso, sono immediatamente disponibili;

2)      Il progetto creerà circa 2.500 nuovi posti di lavoro (altamente specializzati) conivolgendone in totale circa 12.000. Se dunque vogliamo girare la frittata, lo Stato spenderà circa 375 mln di euro all’anno per garantire 10.000 posti di lavoro, ovvero 37.500€ (lordi) a lavoratore. Un costo per niente elevato se pensiamo all’alta professionalità del personale impiegato, al know-how che potrà essere reinvestito in altri programmi e, non dimentichiamolo, al fatto che alla fine lo Stato avrà anche gli F-35. Da notare poi che circa 10.000 di questi lavoratori sono impegnati attualmente nella produzione dell’ultima tranche di Eurofighter che presto terminerà e che, se non reimpiegati, rischiano di perdere il lavoro.

3)      A meno che non si decida di rinunciare alla Difesa (che, per volerla vedere sempre da un ottica dei posti di lavoro, è un comparto che in Italia impiega più di 350.000 persone), i velivoli che oggi impieghiamo vanno sostituiti. E non ci verranno regalati, ma saranno velivoli prodotti all’estero, da manodopera estera, che ci limiteremo a comprare senza avere però alcun tipo di beneficio (di conoscenza o industriale).

4)      375 mln di euro all’anno risparmiati dal progetto F-35 (ammesso che si possa parlare di vero risparmio) non potrebbero essere completamente reinvestiti in altro, sia perché il comparto Difesa avrebbe comunque delle spese da sostenere, sia perché una parte di quei soldi dovrebbero essere ugualmente investiti per sostenere i lavoratori che senza F-35 non avrebbero più il loro lavoro.

La vicenda F-35 è dunque un po’ più complessa di quella che giornali e politici vorrebbero farci credere. Sarebbe interessante sentire una risposta “ragionata” sui diversi aspetti della vicenda ma, ne sono sicuro, non la avremo mai.

Nel frattempo però possiamo continuare ad essere favorevoli o contrari al progetto, tenendo bene a meno però, che l’F-35 non è, e purtroppo non sarà mai, la panacea a tutti i nostri mali.

2 Comments

  1. Puoi fornire dei riferimenti bibliografici visto che l’articolo è interessante ma avremmo piacere di controllare le fonti dei numeri e delle affermazioni citate?

    • Ciao, mi fa piacere che l’articolo ti sia piaciuto.
      Per quanto riguarda le fonti, ho utilizzato informazioni provenienti da siti web, giornali e rapporti ufficiali.
      Senza voler essere esaustivo ti elenco qui di seguito alcune di quelle più facilmente reperibili.
      Riguardo al progetto F-35 e alle caratteristiche tecniche del velivolo puoi dare un’occhiata sul sito della Lockheed Martin (http://www.lockheedmartin.com/us/products/f35.html) e al suo interno alla parte dedicata all’Italia (http://www.lockheedmartin.com/us/products/f35/global-partnerships/f-35-italy.html).
      Circa invece il budget della difesa lo trovi sul sito del Ministero (quello per il 2013 è qui http://www.difesa.it/Content/Pagine/statoprevisionespesa2013.aspx). Interessante a tal proposito è anche una parte dedicata alla questione F-35 della trasmissione radiofonica di Radio1 “Zapping 2.0” andata in onda, se non erro, il 25 giugno (è disponibile in podcast).
      Per quanto riguarda più in particolare le ricadute economiche del progetto per il nostro Paese può essere molto interessante la lettura di due articoli apparsi su “Volare”:
      -“Le prime volte di Cameri”, pag.44 e seguenti, Volare n°347, Novembre 2012
      – “L’aereo bersaglio”, pag. 8 e seguenti, Volare n° 351, Marzo 2013
      Sullo stesso argomento ti consiglio la lettura di un articolo apparso su Aviation Week e disponibile anche online (http://www.aviationweek.com/Article.aspx?id=/article-xml/AW_06_17_2013_p0108-586855.xml&p=1) dal titolo emblematico “Italy Takes $1 Billion Risk With F-35 FACO”.
      Sempre su Cameri e la partecipazione italiana al programma JSF era anche apperso qualcosa su Flight International ma, non ricordo il numero (né riesco a trovarlo :-D).
      Comunque mi pare già un buon inizio, no?
      Per qualsiasi altra curiosità scrivi pure.

      Ciao!

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